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Cie, un film sull’amore

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Cie, un film sull’amore. “La vita che non Cie” è il nuovo film di Alexandra D’Onofrio, prodotto da Fortress Europe, come racconta Corriere Immigrazione. E’ una raccolta di tre cortometraggi ambientati tra il Marocco, Trapani e Torino e hanno come sfondo i Centri di identificazione di espulsione LEGGI L’INTERVISTA

IL FILM. Pochi italiani, e forse pure europei, sanno cos’è un Centro di Identificazione e di Espulsione. Pochissimi conoscono i suoi meccanismi di accesso, le condizioni di vita imposte a chi vi è recluso. Quando se ne parla, in genere, si indugia sulle cifre, i dati, le statistiche. Che conferiscono, certo, precisione al discorso, ma poco servono a cogliere l’aspetto umano ed esistenziale. Non restituiscono le storie di chi ci finisce dentro, gli affetti, i sentimenti, le emozioni.
Ed è su queste invece che Alexandra D’Onofrio si concentra nel suo film, La vita che non Cie, prodotto da Fortress Europe con il contributo di Open Society Foundation. Più precisamente, sull’amore al tempo dei Centri di identificazione e di espulsione.

Il film raccoglie tre cortometraggi ambientati tra Torino, Trapani e il Marocco. Il primo, L’amore ai tempi della frontiera, realizzato attraverso un mixaggio di foto, video, riprese con Iphone e audio, é la storia di Nizar e Winny, lui tunisino, lei olandese, e del loro kafkiano ricongiungimento. I due, dopo essersi conosciuti e sposati in Grecia, si trasferiscono in Tunisia, dove vengono sorpresi dalla Rivoluzione dei gelsomini. Winny è incinta e decide di tornare in Olanda, mentre Nizar, privo di documenti, si imbarca in direzione Lampedusa, finisce nel centro di Contrada Imbriacola per poi essere trasferito al Cie di Trapani. Ma grazie a una rivolta riesce a fuggire e a raggiungere Winny, appena in tempo per vedere nascere suo figlio. Nizar è uno dei 25 mila tunisini giunti sulle coste italiane. Più di 3600 sono stati rimpatriati. Almeno 500 sono riusciti a fuggire dai Cie.

Il secondo, La fortuna mi salverà, scorre ai margini del Cie di corso Brunelleschi a Torino. Abderrahim ci ha passato dentro cinque mesi e due giorni ma, una volta uscito, rimane in contatto con gli altri “ospiti” e li assiste come può. Compra per loro le schede telefoniche, partecipa ai presidi contro il Cie e lancia messaggi al di là del muro utilizzando palle da tennis. E poi raccoglie le voci dei prigionieri e le libera attraverso radio Black Out, “L’esperienza del Cie cambia- dice Abderrahim. – La persona che esce dal Cie ha un’altra mentalità. La vita non può continuare come prima”.

Il 60% delle persone trattenute nei Centri di identificazione ed espulsione non vengono né identificate né rimpatriate, sottolineano i titoli di coda. Dopo un massimo di 18 mesi di reclusione, i migranti sono rilasciati senza documenti e quindi con il rischio di finire di nuovo in un Cie.

Il terzo film si intitola Papà non torna più. Kabbour, arrivato in Italia all’età di 11 anni, viene rimpatriato in Marocco, nonostante l’esistenza di Tareq, suo figlio, e della sua compagna. Nonostante abbia una famiglia, insomma. La cinepresa raggiunge Kabbour nel suo esilio marocchino. E Tareq, che è andato a trovare il padre e che non vuole separararsene. La Corte Europea di Giustizia riconosce il principio del bilanciamento tra l’ interesse di uno Stato ad espellere immigrati irregolari e quello di una famiglia a rimanere unita e rimanda ai giudici la decisione sui casi concreti. Sul legame di Kabbour e Tareq, questo il senso del corto, un’imperscrutabile ragion di stato ha prevalso.

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